martedì 1 aprile 2014

I riti del sangue durante la Settimana Santa
a Nocera Terinese in Calabria
di Imperio Assisi

Funzioni religiose e riti popolari ripropongono ogni anno in Calabria il dramma della Passione di Cristo, con la stessa mestizia e partecipazione che la gente del Sud prova per i lutti più intimi o familiari. 
La Passione di Cristo diventa passione e sofferenza di ogni Calabrese; da qui la partecipazione corale ai riti della Settimana Santa, antiche celebrazioni che sanno di religiosità sentita ma anche di movenze e significati paganeggianti. 
 Religiosità, folklore e credenze pagane convivono così strettamente e sono rivissuti con tanto fervore che il Popolo non riesce a percepire dove finisce il momento prettamente religioso e dove comincia l’aspetto paganeggiante del rito. 
La passione di Cristo genera in ogni Calabrese, credente o non credente, dolore, rimorso, afflato umano, contrizione, per cui la sua commozione non è momentanea, ma si prolunga per tutto il periodo della Settimana Santa. 
Nel “Calvario” di Cristo la gente calabrese rivive il proprio cal- vario ancestrale e nella Resurrezione ognuno idealizza e sogna la propria Resurrezione dell’anima e del corpo. 
Non c’è Paese in Calabria dove non si ripropongano ogni anno i riti della Passione di Gesù, le rappresentazioni viventi delle sue ultime ore sul Monte Calvario, i cortei di fanciulli,di anziani vestiti di bianco, col capo coronato di spine, le strazianti “Via Crucis” con in prima fila le statue dei “Misteri”, le processioni notturne con fiaccole e al suono lugubre della banda musicale, le veglie notturne, i canti su testi medioevali, le visite dei Sepolcri, allestiti in angoli di chiese oscurati in segno di lutto stretto, le processioni con in testa gli “incappucciati”, le scene cruenti dei “vattienti”, ovvero dei fedeli flagellanti che, come già avveniva in Umbria fin dal XIII secolo, mortificano fino al sangue il proprio corpo, per devozione o per espiare qualche colpa o per grazia ricevuta. 
E non c’è paese nel profondo Sud dove la domenica della Resurrezione del Cristo non sia animato da processioni dette “Affruntata” o “Cunfrunta” : dell’incontro cioè di San Giovanni con la Madonna per annunziarle la Resurrezione del Redentore. 
Riti religiosi che talvolta trovano origini in tradizioni paganeggianti ma che tutt’ora vengono rivissuti dal popolo con un tale trasporto religioso da escludere ogni forma di fredda recitazione così per come avviene per altre tradizioni. 
Le più suggestive, pregnanti e di alto rilievo simbolico e scenografico nella Provincia di Vibo Valentia si svolgono a Mileto, Dasà, Arena, Pizzo Calabro, Sant’Onofrio, Briatico, Serra San Bruno, Ionadi, Vibo Valentia, Chiaravalle, Nicotera, Rombiolo, Soriano Calabro ove più marcati sono il trasporto religioso e la “teatralizzazione del dolore”o “teatro paraliturgico”; e, Provincia di Reggio Calabria: Caulonia, Polistena,Cittanova, Noiosa Jonica,Monasterace, Benestare, Laureana, Mammola; in Provincia di Cosenza: a Castrovillari, Laino Borgo ( ove si rivive l’antica recita della Giudaica), Amantea; in Provincia di Catanzaro: a Decollatura, Satriano, Badolato, Lamezia Terme, Nocera Terinese, Catanzaro ove si svolge il rito della NACA di Gesù morto. 
In questo contesto di tragica pietà popolare, pensiamo debba essere inquadrato l’arcaico rito del sangue che da secoli si rinnova ogni anno a Nocera Terinese (Provincia di Catanzaro) ad opera di fedeli detti “VATTIENTI” o “FLAGELLANTI” del proprio corpo. Nocera Terinese è una ubertosa Città in provincia di Catanzaro, presso l’estremità Nord del Golfo di Sant’Eufemia, alle pendici del Monte Reventino, detto “nido di briganti e di fate”. Le sue radici sono nell’antica NUCERIA, distrutta nel 1137 da Ruggero il Normanno. Qui i riti della “Settimana Santa” hanno rinomanza mondiale da quando il regista Jacopetti ha inserito nel famoso film “Mondo cane” la flagellazione dei “Vattienti”. 
 Sono questi dei penitenti che,spesso,per sciogliere un “voto per grazia ricevuta”, si percuotono, si flagellano lungo le vie del paese. La flagellazione avviene per mezzo di due pezzi tondi di sughero di dieci centimetri di diametro,cosparsi di frammenti aguzzi di vetro,fissati al sughero per mezzo di cera o di pece. 
Il congegno della flagellazione è detto: “cardo”. I penitenti si flagellano fino al sangue cosce e petto. 
E’ una cruenta pratica devozionale compiuta però da soli uomini che, per l’occasione, indossano una maglia di lana nera con pantaloncino corto in modo da lasciare l’intero polpaccio e la coscia scoperti per la continua tortura. 
Sulla testa i “Vattienti” portano un nero panno e una corona di spine appuntite . Dietro il “vattiente” , legato con una cordicella a circa due metri di distanza, vi è un giovane detto “Acciomo” (Ecce Homo) che recita la parte di Cristo imprigionato. 
“L’Acciomo” ha i fianchi avvolti da un panno rosso che scende fino alla caviglia, il petto nudo e sulla testa una corona di spine con aguzzi aculei, porta una croce di legno rivestita da un panno rosso color sangue. “Vattiente” e “Acciomo” percorrono le strade del paese fra una moltitudine di fedeli, di turisti, di curiosi per molti dei quali il rito della tortura, praticato con selvaggio furore, è espressione di primitività, di paganesimo che stranamente convive con i più sentiti riti religiosi. 
Il cardo con le schegge di vetro si conficca nei polpacci da cui sgorga abbondante sangue che arrossa i selciati delle strade e subito, è fatto segno di venerazione da parte dei fedeli. 
 Pietose donne completamente “alluttate” lavano il sangue sgorgante dai polpacci con vino e preparano le cosce a una nuova tortura in altro posto del paese. 
 Più la gente e i fedeli si accalcano e più il “cardo” del “Vattiente” colpisce a fondo e conficca nella carne i cocci aguzzi di vetro. 
 Più è la tortura, più è la sofferenza e più il Vattiente realizza il suo voto, unendosi con trasporto, alle mortificazioni e sofferenze subite da Cristo lungo la via del Calvario. 
Anticamente la partecipazione dei fedeli a questo rito era più sentita, più sofferta, più corale; ora è più recitata almeno per buona parte dei protagonisti e dei forestieri che a Nocera Torinese accorrono a flotta ogni anno. 
La flagellazione si fa più intensa quando la pratica si ripete sul Sagrato della Chiesa matrice e dinanzi alla statua della Madonna con Cristo morente riverso sulle braccia. 
Le pie donne del posto preparano intanto in una grossa pentola detta “quadrara” un infuso medicamentoso di acqua con rosmarino affinché il Vattiente lavi i polpacci e le cosce prima di ricominciare a percuotersi. Con un secondo strumento detto “la rosa”, bagnato nell’infuso, il “Vattiente” percuote le parti ferite per farvi affluire molto sangue, poi col cardo, sui punti iperemizzati, provoca con colpi secchi la nuova emorragia. “L’Acciomo”, intanto, cosparge il proprio petto e il proprio costato di sangue versato dal “Vattiente”, quasi per una strana simbiosi di sofferenze. 
Entrambi scalzi sostano sul sagrato delle Chiese del paese e dinanzi agli usci delle case di parenti e di amici, in segno di buon auspicio. Il sangue versato lungo le strade e sul sagrato delle Chiese rimarrà venerato per molti giorni e guai se le intemperie dovessero lavarlo troppo presto. E’ segno di cattivo auspicio. 
Completato il giro del paese, il Vattiente e l’Acciomo ritornano al punto di partenza dove il primo primo con l’infuso di acqua e rosmarino arresta il sangue. 
Entrambi poi si svestono e si accodano ai fedeli per seguire la Processione della Passione. 
A questo punto il rito pagano lascia il posto a quello prettamente cristiano. 
A nulla servirebbe dire al Vattiente e all’Ecciomo che la loro performance anticamente poteva essere un rito magico - propiziatorio del DIO agreste Attis, con spargimento di sangue per invocare i ricchi raccolti nei campi. 
Pagano o Cristiano che sia l’origine del rito del sangue di Nocera Terinese, sta di fatto che la gente del posto ci crede, s’immedesima, partecipa con senso di “pietas”, con l’espressione non retorica di sofferenza e contrizione quasi a voler riscattare il disonore del Golgota anche a costo di sacrificare il proprio corpo. 
Imperio Assisi



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